Non ho mai sentito ripetere tanto spesso una sciocchezza quanto quella che asserisce che le mani dei pianisti sono delicate. È falso. Ho visto in fotografia, e diverse volte in televisione, la grande Marguerite Vajda suonare e ho visto in una lunga intervista come muoveva le braccia mentre parlava. Persino quando il resto del corpo sembra rilassato, le sue mani sono rigide e tese, come quei cani apparentemente addormentati che acchiappano con un movimento brusco la mosca che vola davanti alle loro fauci. La forma delle sue dita non ha nulla di delicato. Al contrario, sono come piccole clave che si allargano nell'ultima falange. Dita forti e brutte come moncherini che, però, sono capaci di incendiare l'aria con la bellezza di un accordo.
Ho anche visto riprese le mani di altri pianisti - Maria Joào Pires, Barenboim, Esteban Sánchez, Pollini, Perahia, Glenn Gould - ed erano tutte mani larghe come racchette incordate da vene che vibrano al passaggio del sangue. Nessuna era una bella mano, come se vi fosse un'occulta affinità fra il sublime della musica e la deformità dell'organo che la interpreta. A tutti i pianisti gli anelli vanno stretti e strozzano alla base dita ogni anno più grosse. Ho avuto un insegnante cui la fede ha finito per fare così male che un fabbro gliela ha dovuta tagliare.
[...] Mi lavo bene le mani e vado a sedermi al pianoforte. È un Petrof che presto compirà cent'anni: il mio bene più prezioso, uno strumento solido ed elegante, di nobile avorio, legno nobile e nobile acciaio. Mi piace molto il suo suono pieno, duttile e antico, sempre più difficile da ascoltare adesso che tutti suonano lo Steinway. Apro lo spartito dell'adagio della Sonata n. 5 di Beethoven, un brano che non mi lascerebbero mai suonare in un'orchestra. Cerco di concentrarmi sui suoi accenti e tento di immaginare come lo interpreterebbe il suo creatore. Penso alle sue mani, quadrate e molto pelose, con i polpastrelli larghi come spatole a forza di suonare; da quelle mani non sarebbe caduta facilmente la moneta. Penso alle mani del grande Schubert, quasi piccole, con le dita grosse e corte, che sopportavano dolori acuti quando le tendeva nell'eseguire le ottave. Penso a Bela Bartók, che soffriva per lo sforzo muscolare, e a Schumann, che si causò una lesione irreversibile per quanto forzò l'anulare per dotarlo di potenza. E lo capisco più di tanti altri, perché anch'io mi farei male se pensassi che così potrei diventare un virtuoso. Penso all'autonoma e agile mano sinistra di Paul Wittgenstein, la sua unica mano dopo che perse la destra in battaglia, quando suonava quello che Strauss e Prokofiev avevano composto espressamente per lui, un mutilato, mentre suo fratello ascoltava e intravedeva i limiti oltre i quali le parole non servono più. Penso a queste e invidio le mani di Rachmaninov, capaci di aprirsi fino a ottenere un intervallo di dodicesima senza perdere flessibilità, le mani grosse e forti di Albéniz, le mani enormi e instancabili di Liszt o Rubinstein. Tutti loro avevano mani forti, l'unico modo di dominare il piano che, malgrado tutto, non è che uno strumento a percussione nel quale un martelletto, con un movimento di attacco, percuote una corda di acciaio. Persino Chopin, che neanche nei suoi periodi di maggior salute arrivò mai a pesare cinquanta chili, o Ravel, che era alto appena un metro e mezzo, avevano i muscoli delle mani ben sviluppati.
La grandezza di Gould si potrebbe riassumere con la massima sinteticità in un'unica affermazione: è stato l'unico musicista del Novecento capace di mettere in opera, con limpida radicalità, la nozione di interpretazione che nel frattempo la riflessione filosofica ed estetica aveva messo a fuoco. In pratica è l'unico interprete contemporaneo che possa essere definito realmente tale. (Alessandro Baricco)
Segnata adagio sulla copia di Bach. Esprimendo un'opinione largamente condivisa, Williams scrisse che "la bellezza e la passione cupa di questa variazione ne fanno senza dubbio una delle parti più trascinanti e di alto livello di tutta l'opera". Questa è l'ultima delle tre variazioni (le altre sono la numero 15 e la 21) che sono scritte con la tonalità minore, generalmente la sua esecuzione dura più di cinque minuti. La clavicembalista Wanda Landowska chiamava "la perla nera" questa variazione. (tratto da Wikipedia)